mercoledì 31 maggio 2017

Chiacchiere da bar - Viaggio a Bologna (terza parte)



Salve a tutti e benvenuti nell’Internetturbino: il blog allegro come una braciolata in compagnia…

 
… per il maiale… 

Eccoci arrivati all’ultimo post della trilogia dedicata al mio viaggio a Bologna (qui e qui i primi due post).


Tempo di lettura: circa 12 minuti

 

Cosa ho visto?

Bene, giunti all’ultimo post, mi sembra giustamente arrivata l’ora di raccontarvi cosa ho visto.
Beh, un sacco di cose. 

 

La Basilica di San Petronio, le persone spiaggiate come cetacei agonizzanti a Piazza Maggiore, il Museo Civico Archeologico, l’Archiginnasio, Palazzo d’Accursio, il quartiere Ebraico e poi… 

“E la fontana del Nettuno? E la Torre degli Asinelli?”  

Sapete com’è… sono un viaggiatore alternativo e prediligo visitare luoghi non main stream (per poi vantarmene sui social). 
Ma certo che avrei voluto vederli, ma la Fontana del Nettuno e la Torre degli Asinelli erano in restauro… quando si dice la sfiga. 

 
 È un po’ come fare colpo su Milla Jovovich… e poi scoprire che ha il ciclo, le emorroidi, l’herpes alla bocca e fratture a entrambi i polsi…

E già: oggi mi sento un poeta maledetto, o un maledetto poeta… fate voi. 
Nonostante ciò, non sono mancate le (dis)avventure alla scoperta delle bellezze di Bologna.
Causalmente, infatti, ci si è presentata la possibilità di salire sul campanile della Chiesa di San Pietro (tra i più alti della città). 
Naturalmente, non si siamo fatti sfuggire la ghiotta occasione… e, altrettanto naturalmente, le cose sono andate per il verso sbagliato praticamente all’istante.
Tanto per iniziare, un tizio con un felino morto unto in testa (neanche si fosse fatto uno shampoo all’olio di palma senza risciacquo), ci ha gentilmente fatto intendere che il contributo volontario per salire sul campanile era, in realtà, un contributo minimo… diventato, alla fine, un vero e proprio biglietto di ingresso.

 
Mi sta anche bene… anzi, fatti anche la cresta sul biglietto, che magari ti compri uno shampoo ricostituente per quel procione idrofobo al cartoccio che hai in testa 

Devo ammettere che la salita del campanile è stata piuttosto impegnativa… con l’aggravante (causa location) di non poter dare libero sfogo ai bestemmioni che sorgevano spontanei a causa della fatica.

Comunque, ne è valsa la pena: gran bella vista

Arrivati in cima, abbiamo trovato ad accoglierci una guida piuttosto schizzata che, però, ci ha intrattenuto piacevolmente parlandoci del campanile e delle campane che, se suonate erroneamente, possono causare un’anomala (quanto notevole) oscillazione del campanile stesso.
Poi, con un tempismo notevole, si è proposto di far suonare le campane per noi… 
Tra chi si affrettava a scrivere il proprio testamento, chi faceva gli scongiuri del caso e chi confidava nelle sue capacità musicali, la guida ci ha riproposto la melodia del Big Ben… suonandola da solo, muovendo le campane con corde legate a mani e piedi, neanche fosse un marionettista sotto acidi. 
Tranquillo, amico mio, farò finta di non aver visto la cassa di prosecco (con bottiglie vuote, ovviamente), sotto la finestra…
Il dramma, però, è avvenuto durante la discesa.
L’omino unto, infatti, continuava imperterrito a far salire gente, senza preoccuparsi delle persone che, salite in precedenza e non avendo intenzione di trasferirsi a vivere sul campanile diventando dei novelli Quasimodo, avevano intenzione di scendere. 
Risultato?
La sagra della demenza umana. 
Specialmente nel primo tratto (dall’alto verso il basso), il percorso era veramente stretto e non c’era modo di passare due alla volta (non senza possedere carnalmente, e ripetutamente, chi proveniva in senso opposto).
Nonostante ciò, c’erano genitori degeneri che mandavano in avanscoperta i figli, spronandoli a continuare nonostante le avversità neanche fossero gli alleati durante lo Sbarco in Normandia (roba da chiamare i servizi sociali). 
Per non parlare degli adulti che, pur di non aspettare il proprio turno, mi si sono strusciati addosso dando fondo a tutte le loro (risibili) conoscenze del Kamasutra.
Una volta giunto in salvo (non prima di essermi accoppiato involontariamente con una miriade di estranei lungo la discesa), mi è stato riferito che i primi a scendere dalla torre avevano detto al tipo pettinato con il Friol di aspettare l’uscita del primo gruppo e l’abominio tricologico, dopo aver annuito, aveva fatto immediatamente salite altra gente. 
Una minchia marina, non c’è altro da dire…
Meritevole di menzione è stata, poi, la visita al Santuario della Madonna di San Luca. 
Nel caso non lo sappiate, il santuario è raggiungibile tramite un porticato lungo quasi 4 km che, dalla città, si inerpica fino al santuario. 
È decisamente figo salirci a piedi… purtroppo, per mancanza di tempo, abbiamo deciso altrimenti e così sono stato costretto a venire meno ad un solenne voto fatto tanti anni fa… 
Non stringere la mano a chi esce da un cesso chimico? 
No, peggio:
 
… Non salire mai su un trenino turistico 

Che io sia dannato… ma non ho avuto scelta.
Potete immaginare, naturalmente, la follia dei turisti che, infischiandosene di precedenze, turni e di ogni conquista evolutiva nella storia dell’umanità, hanno provato a prendere d’assalto il treno…

 
… tipo Far West…

… pur di non aspettare il turno successivo. 
Medaglia d’oro per la signora che, con in braccio un canide bonsai, ha insistito a lungo per salire sul trenino stracolmo pretendendo di occupare due posti (per sé e per la bestia) a scapito di un bambino…  

 
Va bene signora, appena i genitori si distraggono, lo buttiamo giù da una rupe, in stile Sparta, così le facciamo posto…

Non mi sono mai vergognato così tanto: da una parte c’erano i bambini impegnati nella salita a piedi che ci salutavano, dall’altra gli adulti che ci guardavano con un misto di stupore e disgusto. 
Soprattutto disgusto. 
A dire la verità, non mi sarei mai aspettato di vedere così tanta gente impegnata a fare jogging lungo i portici (infischiandosene dei turisti che, pur procedendo a passo d’uomo, erano in palese crisi cardiorespiratoria). 
Ma è il momento di fare un po’ di cultura:

 
Sapevate che il santuario era un’importante meta di pellegrinaggio (vuoi solo per le allucinazioni mistiche che colpivano i fedeli lungo la salita che conduceva al monastero?) 
Sapevate che, lungo i portici di San Luca, è possibile osservare delle cappelle con tanto di  targhe con sopra scritti dei nomi? Bene: non si tratta di benefattori che hanno contribuito alle spese, ma di coloro che, stroncati dall’angina pectoris, non sono riusciti ad arrivare in cima)

Arrivati belli riposati al monastero, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di salire in cima alla cupola di San Luca…

 
Ebbene sì, ho passato la vacanza ad inerpicarmi sui monumenti cittadini, neanche fossi King Kong…
Grazie al cielo, a gestire il traffico in salita e in discesa c’erano degli studenti di Beni Culturali molto in gamba che svolgevano il loro tirocinio universitario (perché pagare qualcuno per occuparsi dei beni culturali?).
 
 
Giunti in cima, la vista era notevole…

Prima di scendere, era poi possibile compilare un questionario sul gradimento della visita e sulla competenza dei ragazzi. 
Provando una grande empatia per i ragazzi (e compatendoli per la loro scelta del corso di laurea) ho insistito affinché tutto il gruppo desse giudizi positivi, ovviamente.
Con grande piacere, ho notato che anche le altre schede inserite in una scatola trasparente riportavano giudizi ottimi 
Con un’unica eccezione: un decerebrato che aveva dato un voto pessimo… perché, sulla cupola, non c’era il bagno.
Capisco che quando scappa, scappa… ma smollare un cagatone sulla cupola di San Luca mi sembra un po’ eccessivo (ed anche piuttosto blasfemo). 
A proposito di persone possedute dal maligno, nota di demerito per i fanatici del jogging che, non paghi di essersi fatti i fighi (inutilmente) sgambettando per tutto il portico, pretendevano di correre lungo le scale del santuario, maledicendo e guardando storto i turisti che si fermavano a fare foto.
Qual è il prossimo passo? 
CrossFit al Colosseo?
Thai Chi davanti alla Torre di Pisa…
 
 
No, questi sono in possa per farsi scattare le foto buffe (e originali) in cui sembrano mantenere la torre di Pisa…

Fortunatamente, il ritorno a casa è stato molto tranquillo… beh, il tocco di follia c’è sempre.
Arrivati in aeroporto, ci siamo recati al gate che, essendo arrivati con largo anticipo, era praticamente deserto. 
Ad un certo punto, uno dei pochi passeggeri presenti, ha deciso di mettersi in fila al gate e tutti gli altri (noi compresi) lo abbiamo seguito, pensando che, in quanto arrivato per primo, fosse a conoscenza di informazioni a noi sconosciute.
Risultato? 
Quasi due ore passate in piedi come idioti… se ci penso, mi si gonfiano i piedi ancora oggi.
Dopo questa traumatizzante attesa, sono arrivate le addette della Ryanair per iniziare le procededure di imbarco… e la più giovane delle due ha ben pensato di annunciare l’apertura del gate per il nostro volo… sbagliando il numero del gate. 
Tutti i passeggeri hanno pensato ad un cambio di gate improvviso e si è scatenato il panico.
Il tipo accanto a me…
 
 
… con uno scatto degno di Bolt inseguito da Jason di Venerdì 13…
 
… ha superato il cordone per cercare di raggiungere l’imbarco giusto e si era quasi imbarcato su un volo a caso, quando l’addetta, imbarazzata come se avesse scoreggiato in chiesa (in testa al vescovo, per giunta), cercava timidamente di correggersi. 
Non essendoci tempo da perdere (sia perché, in questi tempi di terrorismo, non è poi il massimo mettersi in massa a correre in aeroporto, sia perché i più veloci stavano già sparendo all’orizzonte), ho urlato la prima cosa che mi è passata in mente:
 
“Fermi tutti! Scherzone!”

Che, a pensarci bene, è una delle cose più idiote che mi sia mai uscita dalla bocca (il che è tutto dire), il bello è che, sorprendentemente, ha funzionato. 
Riprese le normali procedure di imbarco, praticamente tutti hanno deciso di passare dalla tipa che aveva sbagliato il numero del gate vuoi per scambiarci una battuta, vuoi per farsi quattro risate, o per scattarsi una foto insieme.
L’idolo incontrastato delle folle. 
Alla fine della fiera, qual è stata la cosa più memorabile di questo viaggio?
Non me ne vogliano i bolognesi (anzi, Bologna è una gran bella città e ci vivrei e, detto da un sedentario abitudinario cronico come il sottoscritto, è un gran complimento), ma il momento più bello per me è stato… la rapidissima toccata e fuga fatta a Milano. 
Spendendo, per giunta, un rene e un polmone per acquistare un biglietto all’ultimo minuto su un super Freccia (Rossa?), popolato quasi esclusivamente da turisti giapponesi.
Il motivo di questa follia? 
Passare qualche ora con quattro persone speciali: la mia ragazza (in viaggio a Bologna con me), mia sorella e suo marito 
Come dite? 
Sono solo tre e i conti non tornano?
Tornano eccome: mia sorella aspetta una bimba e, dopo esserci stato insieme a Natale, volevo assolutamente vederla prima del parto.

 
Lo so: sono uno zio così tenero che mi taglio con un grissino…  

È tutto per oggi, alla prossima!

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